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Segnalazione musicale: The Rolling Stones - We will never die

“Siamo tornati, nonostante alcuni ci vogliano (artisticamente) morti”: questo è il messaggio che sembra trasparire dalla provocatoria copertina dell’ultima fatica dei Rolling Stones, We Will Never Die.
Dopo l’album che molti hanno considerato la loro rinascita artistica, A Bigger Band (2005), si pensava che i nostri non avrebbero più osato affrontare le attese del pubblico e della critica. E invece ecco che ci sfornano un nuovo capitolo della loro pluridecennale carriera.
Certo, molti l’hanno liquidato come un rimaneggiamento del succitato disco del 2005, arrivando a dire che gli otto brani che lo compongono sembrano un mix dei sedici di A Bigger Band. Ma sappiamo che queste malelingue fanno parte della categoria contro la quale si scaglia l’immagine della copertina: quelli che vorrebbero la storica rock band ritirata in un ospizio. Noi invece apprezziamo la carica di rinnovata trasgressione musicale che traspare dalle otto tracce, alla faccia di che sostiene che Jagger, Richards e compagni siano a corto d’idee.
Insomma, l’ascolto di questo disco soddisfa pienamente, a partire dal primo brano, Justice: rough infamy, che, dobbiamo ammetterlo – ma non è un demerito –, ha sentori di due brani del precedente album: Rough justice (stesso ritmo trascinante) e Infamy (stessa melodicità blues-country). Per passare poi a Fast, let me driving down too slow, dall’estremo nitore esecutivo non disgiunto da una forte incisività. Forse gli ascoltatori più attenti coglieranno spunti di Let me down slow e di Driving too fast, sempre dell’ultimo CD, ma penso che la somiglianza sia casuale.
Un tuffo nel pop anni ottanta è la sensazione che scaturisce dall’ascolto di Look: it won’t take what the long cat dragged in! (decennio, quello degli anni ’80, che aveva anche ispirato due tracce dell’ultimo lavoro: It won’t take long e Look what the cat dragged in).
Alla buona Rain fall sweet down neocon, invece, celebrazione della nuova era obamiana (ricordiamo che nel precedente A Bigger Band, il brano Sweet neocon era una tirata d’orecchie all’amministrazione Bush), bisogna riconoscere un riuscito tributo al funk anni ’70 (proprio come, secondo me, in Rain fall down del 2005). Ottima prova anche la romantica I laugh nearly streets died of love (laddove, bisogna dirlo, canzoni con lo stesso spirito dell’album del 2005, come Laugh, I nearly died o Streets of love, non convincevano appieno).
L’impressione positiva continua con Back of my dangerous beauty hand, che riesce a coniugare il blues più autentico col rock classico (un po’ – ma è solo una mia impressione – come una fusione tra Back of my head e Dangerous beauty, sempre del disco precedente).
Si respira un’aria di contaminazione musicale anche in Oh, you saw me coming again. No, not she!, riuscita fusione tra un robusto rock e una ballata country, nel quale la sei corde di Richards da il meglio di se, superando anche i virtuosismi di She saw me coming e Oh no, not you again di A Bigger Band.
Si chiude in bellezza con This biggest place is empty mistake, rimarchevole ballad che presenta la voce cavernosa di Richards sostenuta dai coinvolgenti cori di Jagger, con una resa migliore di quanto avveniva, per esempio, in Biggest mistake e This place Is empty del già citato album del 2005.
In conclusione si può affermare che le otto tracce di questo CD dimostrano una ritrovata originalità e freschezza compositiva dei Rolling Stones, smentendo chi malignamente li ritiene oramai pronti per la pensione.
- Justice: rough infamy
- Fast, let me driving down too slow
- Look: it won’t take what the long cat dragged in!
- Rain fall sweet down neocon
- I laugh nearly streets died of love
- Back of my dangerous beauty hand
- Oh, you saw me coming again. No, not she!
- This biggest place is empty mistake






- Postato da: Lorenzo
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